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Muscone e Carbone ed i loro ritornelli in un anonimo melodramma del XVII secolo

Carbone
Alunni

Muscone e Carbone ed i loro ritornelli in un anonimo melodramma del XVII secolo

Muscone e Carbone ed i loro ritornelli in un anonimo melodramma del XVII secolo

 

L’opera

Il manoscritto 13.3.1 custodito nella biblioteca del Conservatorio “San Pietro a Maiella” di Napoli [Proveniente dalla Biblioteca del Real Collegio di Musica di S. Sebastiano, oggi con collocazione 13.3.1, Rari 6.5.13; I.A.7] è la partitura di un melodramma anonimo seicentesco che, ad un certo momento, venne identificato nell’Alessandro vincitor di sé stesso di Francesco Sbarra per poi divenire, dal 1967, La generosità di Alessandro [Attribuzione della studiosa Anna Mondolfi Bolssareli], sempre di Sbarra e messo in musica da Giuseppe Tricarico [Gallipoli, 1623 – Gallipoli, 1697. Come tale venne allestita, nel 1977, da una istituzione svedese (Stiftelsen Internationella Vadstena-Akademien) in prima esecuzione moderna]. In entrambi i casi, tuttavia, l’attribuzione è inspiegabile, in quanto non si trova alcun tipo di corrispondenza tra quanto contenuto nel manoscritto ed i libretti a stampa delle due opere di Sbarra e Tricarico in nostro possesso.

La composizione è strutturata in tre atti preceduti da un Prologo i cui protagonisti sono Amore (S), Marte (T) e Alessandro (A).

Gli interlocutori, in ordine di apparizione, sono:

  • Talestria (S) (Regina delle Amazzoni);
  • Eusifride (S) (figlia di un Re sconfitto da Alessandro Magno);
  • Alesandro (A) (Alessandro Magno);
  • Aurelio (T) (servitore ed amico di Alessandro);
  • Leodoro (T) (servitore di Alessandro);
  • Carbone (A) (servitore);
  • Muscone (T) (servitore);
  • Celia (T) (servitrice). [Perlone Zipoli, Il malmantile racquistato, III, Vannini, Prato 1815, p. 115]

Come si può notare, i personaggi non hanno alcuna coincidenza con quelli dell’Alessandro vincitor di sé Stesso, né con quelli de La generosità di Alessandro, entrambi di Sbarra.

 

La trama

Il dramma è una commedia burlesca dominata dalla tematica amorosa [Si veda, nel merito, Paolo Fabbri, Il secolo cantante, Il Mulino, Bologna 1990, pp. 148-149], che si conclude con l’annuncio delle nozze delle tre protagoniste con altrettanti personaggi maschili dell’opera, tra cui Alesandro.

Riassumendone la trama, nel Prologo, Amore e Marte si sfidano; Amore si gloria del suo potere e Marte lo definisce un fanciullo incostante e arrogante del quale unico vanto era «ferir le Didoni ancider gli Adoni». Amore ribatte con energia e, poiché Marte aveva sostenuto che «Non sogiace ad’Amore petto guerriero», Amore non esita e scocca un dardo verso Alesandro Magno. Il condottiero viene colpito durante il sonno e, ridestandosi bruscamente, strepita e si lamenta: «inimici inimici», «alle difese alle difese hoimè chi mi ferì ohimè chi mi tradì».

Qui finisce il Prologo ed ha inizio il primo atto, con il monologo di Talestria incentrato sul rimpianto di aver consacrato tutta la sua vita all’amato Alesandro, scelta che l’ha portata a ritrovarsi serva della principessa Eusifride, che è ospite riccamente trattata (coerentemente con la convinzione diffusa nel ‘600 relativamente ai modi di Alessandro nei confronti delle Regine e delle principesse degli avversari vinti [Paganino Gaudenzio, I fatti d’Alessandro il Grande, Amador Maffi-Lorenzo Landi, Pisa 1645, p. 171]) ed ama anche lei Alesandro.

Leodoro è, a sua volta, innamorato di Eusifride e soffre nel vederla patire, ancor più allorché, ascoltandone le parole «Se Alesandro vuol ch’io mora morirò» [Come accade ad Adrasto ascoltando i pensieri di Doricle per Seleuco in Pietr’Angelo Zaguri, Gl’avvenimenti d’Orinda, Batti, Venezia 1659], ne fraintende il senso convincendosi che Alesandro ne voglia realmente il male.

Non sta meglio l’amazzone Talestria che, ragguagliata da Alesandro sul suo nuovo sentimento nato per Eusifride, impazzita per la gelosia gli scrive una crudele lettera di rifiuto, firmandosi Eusifride: «Come cerchi Alesandro per tua sposa colei che tua nemica à morte la tua vita abborrisce odia tua sorte? Molto più scriverei ò tiranno anzi mostro sel sangue del tuo cor fusse l’inchiostro».

Anche in questo caso osserviamo l’impiego di un altro tema particolarmente caro alla cultura seicentesca, quello della lettera di Talestria ad Alessandro, cliché divenuto spunto per fantasiose ricostruzioni corredate, in alcuni casi, anche da sue immagini mentre è intenta alla scrittura [“Talestria ad Alessandro” in Paolo Gennari, Le vigilie del capricorno, Combi & La Noù, Venezia 1667, p. 8].