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La musica sacra non esiste (?)

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La musica sacra non esiste (?)

La musica sacra non esiste (?)

Negli ultimi mesi è tornata con maggior visibilità la questione della ‘musica da chiesa’, sia per i concerti che hanno visto partecipe il Santo Padre Leone XIV, sia per varie considerazioni che si odono sulla natura della musica sacra.

La questione, infatti, non interpella semplicemente una valutazione estetica, ma si rivolge a una riflessione profondamente teologica: questa musica da chiesa, comunemente detta “sacra”, esiste? E se esiste, dove risiede?

Per tentare di dare una risposta occorre inevitabilmente confrontarsi con quanto la Chiesa ha considerato attentamente sulla natura della melopea; solo nell’ultimo secolo ci sono stati molti pronunciamenti magisteriali a vario livello, a riprova dell’interesse dell’argomento.
Per questo motivo, il punto imprescindibile risulta la riflessione del Concilio Vaticano II che, nel capitolo sesto della Costituzione Sacrosanctum Concilium, riprende quanto consegnato dal magistero precedente e lo ripresenta nel contesto di rinnovamento, nel consueto tentativo di “rilanciare senza tradire”.

“La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. […] La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica” (SC 112).
Così il Concilio definisce in sintesi cosa sia la musica per il culto, sottolineando l’intrinseco legame tra canto e musica nella liturgia, la quale, essendo la realtà “santa” per eccellenza, rende la musica sacra ancora più santa in questa connessione.

In questo effato conciliare si afferma in modo esplicito che la musica sacra già esiste e diventa tanto più santa quando è pensata e unita alla liturgia.

Facendo sintesi del lungo percorso magisteriale che precede e che segue Sacrosanctum Concilium, si può semplificare spiegando in questo modo: la musica sacra non esiste in sé e per sé come un deposito ‘magico’ a cui il compositore attinge arcanamente, ma è creata e pensata finalizzata alla lode di Dio e al culto liturgico. Questa esperienza creatrice e la sua intrinseca finalizzazione la rendono sacra, perché partecipa dell’azione dello Spirito Santo in actu creationis.
Dunque, tenendo sullo sfondo la riflessione teologica della Scolastica e di san Tommaso d’Aquino, si può affermare che “omne verum, pulchrum et bonum a Spiritu Sancto est”, perché la bellezza insieme al buono e al vero sono trascendentali dell’essere, e così, a maggior ragione, risulta valido per quanto è finalizzato al culto cattolico, dove opera efficacemente lo Spirito Santo.

La spiegazione cristallina di quanto detto si trova nell’Istruzione Musicam Sacram del 1967 che, al n. 4a dichiara: “Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme”, richiamando e precisando l’espressione conciliare relativa alle varie forme d’arte musicale che vengono ammesse nel culto “purché dotate delle qualità necessarie” (SC 112).

Risulta così ancor più evidente la preesistenza della musica sacra rispetto al culto: questa, infatti, deve essere composta in vista di quello. È precisamente la “santità e bontà di forme” che permette di realizzare quell’integrazione con i testi e i riti liturgici che è prima in intentione, ultima in executione: la musica sacra deve averla di mira fin dal suo nascere per vederla realizzata solo alla fine.

Questa concezione è stata spesso ripresa nel magistero successivo, come dimostra la seguente omelia di Giovanni Paolo II: “La musica destinata alla Liturgia deve essere ‘sacra’ per caratteristiche particolari, che le permettano di essere parte integrante e necessaria della Liturgia stessa. Come la Chiesa, per quanto concerne luoghi, oggetti, vesti, esige che abbiano una predisposizione adeguata alla loro finalità sacramentale, tanto più per la musica, la quale è uno dei più alti segni epifanici della sacralità liturgica, essa vuole che possegga una predisposizione adeguata a tale finalità sacra e sacramentale, per particolari caratteristiche, che la distinguano dalla musica destinata, ad esempio, al divertimento, all’evasione o anche alla religiosità largamente e genericamente intesa” (Omelia per il 1° centenario della fondazione dell’Associazione Italiana di Santa Cecilia, 21 settembre 1980).

In questo testo è condensato ottimamente il senso genuino di ciò che la Chiesa intende per melopea, esplicitando un ulteriore aspetto dello statuto teologico della musica sacra: viene respinta l’idea di una musica per la liturgia in senso ‘funzionale’ secondo cui è possibile assumere qualunque genere e stile che, una volta inserito nella liturgia, diventerebbe automaticamente santo.

Certamente è difficile segnare il confine netto tra musica sacra e musica profana; tuttavia, è legittimo affermare una reale differenziazione tra i due generi, non nella tecnica, ma nel prodotto. Infatti, se è lo Spirito che indirizza e presiede alla realizzazione della composizione, è inevitabile che siano differenti le soluzioni che ne derivano.

Purtroppo, guidati da un’idea decisamente funzionalista, sempre più spesso si ascoltano nelle nostre parrocchie repertori che risultano inadeguati perché non rispecchiano le caratteristiche richieste dal magistero in quanto sono più chiaramente assimilabili alla musica pop e, forse per tale motivo, trovano maggiore riscontro: appaiono più emotivamente immediati e, quindi, sono considerati più facili e abbordabili.

Ma la semplicità non è appannaggio del banale.

Una delle caratteristiche della musica sacra reclamate dal magistero, è che sia “vera arte”, quindi che partecipi di quello spirito creativo e ispirato anche attraverso la competenza tecnica e la conoscenza liturgica; certamente è necessaria un’opera educativa continua, che inizi nei seminari e negli istituti di formazione, per poi espandersi consapevolmente nel tessuto parrocchiale.

Solo così la musica sacra riprenderà interamente possesso del suo legittimo posto nell’azione liturgica, unendo parola e rito, dove insieme clero e fedeli potranno pienamente lodare il Signore in Spirito e verità.